Cosa mangiano gli italiani a pranzo

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Tre italiani su dieci scelgono legumi o cereali, il 77 per cento si affida a piatti a chilometri zero e a prodotti di stagione. Attenzione, però, alle diete fai-da-te e a regimi alimentari che escludono categorie di ingredienti
Sempre più italiani si prendono cura di sé durante la pausa pranzo. Il primo passo è fare attenzione a ciò che si mangia. Secondo un’indagine diEdenred, la società che ha inventato i ticket restaurant, il 55 per cento degli italiani sceglie, per il lunch sotto l’ufficio, un piatto salutare. “Attenzione, però, alle diete fai-da-te – spiega Antonio Caretto, presidente dell’Associazione italiana di dietistica e nutrizione -, se sbagliate possono generare deficit nutritivi”.
I numeri. Secondo la ricerca un italiano su due evita di mangiare, durante il giorno, snack, cibi contenenti zucchero e pietanze troppo salate. Quattro su dieci dei 2000 intervistati, tutti possessori di ticket restaurant, dichiarano di riuscire ad essere fedeli ad un regime alimentare salutare. Se in ufficio vi guardate intorno, almeno un collega ogni cinque si concede della frutta più volte durante l’orario di lavoro.
La scelta. Per il pranzo il 33 per cento degli italiani scelgono legumi o cereali, il 77 per cento si affida a prodotti di stagione o a chilometri zero. Addirittura 84 italiani su cento ritengono importante che il pasto di metà giornata sia equilibrato a livello nutrizionale. Anche se la gola è tentatrice, sei lavoratori su dieci riescono, almeno così dicono, a contenersi nelle quantità.
Cosa dicono i ristoratori. E chi sta dall’altra parte del bancone, ha notato questi cambiamenti? Il 37 per cento dei ristoratori intervistati sottolinea come sia in continuo aumento la richiesta di piatti equilibrati e salutari. Circa lo stesso numero di cuochi e camerieri afferma come sia in crescita la richiesta di pietanze che vanno a braccetto con una dieta sana.
Le motivazioni. Sono in aumento le persone che si nutrono seguendo regimi specifici: dai vegani ai vegetariani, da chi sceglie cibo macrobiotico a chi opta per quello crudo. La lista potrebbe continuare con localisti, lattofobi e decine di altre diete che escludono qualche ingrediente. “A livello sociale è un campanello d’allarme – spiega Lucio Lucchin, direttore dell’Unità complessa di dietetica e nutrizione clinica dell’ospedale di Bolzano –  che rispecchia una crescente insicurezza. Le persone cercano risposte e certezze in comportamenti rigidi e spesso non giustificati, anche nell’alimentazione”. E lo stesso, purtroppo, si ripete nelle mense scolastiche. “Ci si affida ai valori nutrizionali di tabelle vecchie di vent’anni – aggiunge l’esperto – . L’unico modo per sapere se un pasto faccia veramente bene, è misurarne la composizione che dipende da molti fattori, passando ad esempio dalle qualità del terreno in cui è cresciuto un ortaggio fino alla dose vitaminica che contiene”.
Programmi tv. Non soltanto, però. Il sempre crescente spazio che i palinsesti televisivi dedicano alle trasmissioni sulla salute e sull’alimentazione sono un indicatore che conferma gli esiti dell’indagine. “Queste scelte editoriali denotano una povertà culturale che non permette di affrontare argomenti e temi attuali che meriterebbero un approfondimento – aggiunge Lucchin – . Si tende invece a rincuorare i telespettatori con richiami affettivi che uno spazio familiare, come la cucina, può generare”.
Il diritto alla salute. Si tratta però di un’arma a doppio taglio. “La nutrizione è una cosa delicata che – dice Lucchin – non può essere relegata ai sorrisi di soubrette e esperti dell’ultimo minuto”. Caretto si spinge oltre: “La comunità scientifica deve essere coinvolta nella comunicazione, bisogna salvaguardare il diritto alla salute dei cittadini. Gli stessi media che, in buona parte, hanno aiutato il Sistema sanitario nazionale a innalzare il livello di attenzione verso ciò che si mangia, spesso danno spazio a modelli che non poggiano su basi scientifiche”.
Talent food. Da MasterChef a Hell’s Kitchen, sono molti i talent show dedicati alla ristorazione. Ma non è detto che le pietanze presentate siano anche salutari o semplici da preparare nel quotidiano. Insomma si tratta di modelli difficili da seguire.”Ciò che questi programmi propongono – spiega Lucchin – difficilmente può essere da esempio, perché si tratta di piatti complessi da realizzare. E’ uno spettacolo d’intrattenimento che non tocca l’educazione alimentare”.
Il problema, però, si sposta sul piano della comunicazione. “Bisogna fare attenzione ai termini che si usano e al valore che si associa a questi – spiega Carretto – . Un prodotto a chilometri zero, visto come puro e salutare, sicuramente rispetta l’ambiente in materia di emissioni. Ma chi ci garantisce che sia davvero buono?”.
I rischi. “Se non si seguono i consigli di un esperto, si rischia di avere un apporto nutrizionale inadeguato o sbagliato. E’ il rischio che corrono vegani o vegetariani improvvisati”. La soluzione più sicura, per il dottor Caretto, è legata alla nostra tradizione: “La dieta mediterranea è nota a tutti e garantisce un equilibrio adatto al nostro organismo. Non sarà di moda, ma è il regime alimentare migliore che si possa seguire”.
Fonte: www.larepubblica.it

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